Il Catasto Onciario

  Il "Catasto Onciario" rappresentava  un'importante riordino fiscale del regno di Napoli voluto da re Carlo III di Borbone, nel 1741 per ripartire le tasse tra i cittadini in modo più equo in base alle proprietà e al reddito, valutati in once.  E' una fonte di notizie e dati sulla nostra comunità in quanto "fotografa" la situazione economica e sociale del tempo  anche se non è esaustiva. Vengono presi in esame I beni posseduti (terreni- case- bestiame), le rendite, i crediti, i debiti,  le professioni, l'impiego dl denaro - la composizione familiare i ricchi i poveri il ceto medio.

Catasto Onciario 1741;  L'oncia è la moneta di conto
Catasto Onciario 1741; L'oncia è la moneta di conto

Questo complesso lavoro fatto di autocertificazioni (rivele) inizia l'11 ottobre 1741 quando il sindaco Saverio Calendino (calzolaio) porta a conoscenza della popolazione facendo affiggere al serviente universale, in diversi luoghi del paese il bando con cui re Carlo ordina che si formi un catasto generale in modo tale che il peso delle "spese .. ordinarie o straordinarie sia con uguaglianza ripartito in modo che il povero venghi a pagare secondo le sue forze comportano ed il ricco paghi a proporzione dei suoi averi".

I cittadini i forestieri e gli ecclesiastici devono presentare nella casa dell'università (piazza) entro otto giorni una dichiarazione (rivela) nella quale devono indicare le proprie generalità e la composizione delle loro famiglie, i beni mobili ed immobili posseduti i crediti (prestiti concessi) e i debiti relativi (Censi). Per procedere a questa complessa opera di censimento vennero elette due commissioni la sera del 22 ottobre 1741 in piazza accanto alla chiesa madre. La prima composta da sei membri appartenenti alle varie classi sociali, che dovevano perseguire al controllo del procedimento e alla discussione delle rileve: Due da quella civile: Antonio Russo, Alfonso Mazzaccari ( Massari), due dalla classe mediocre: Domenico Viola, Gaetano Russo (calzolai, fabricatori) e due da quella inferiore: Marco Adamo, Gaetano Inglese (bracciali), con l'apporto di due religiosi uno secolare ed uno regolare per assistere e curare la stesura del catasto: don Giovanni Sammarco e fra Domenico Franco di Cirò priore del convento Agostiniano.

La seconda commissione era composta da 4 estimatori due di Melissa: Nicolò Russo e Domenico Benedetto e due forestieri: Giulio Corrado e Carlo Iemma, conoscitori del territorio ed esperti in agronomia, che recandosi per i vari fondi Melissesi nelle diverse zone avevano il compito di rivedere le rivele ed apportare le note giornaliere alle partite per stendere l'indicazione topografica dei fondi, la superficie, l'utilizzazione agraria e la rendita annua. Gli apprezzatori terminarono il loro lavoro il 22 febbraio 1742 impiegando complessivamente 19 giornate di lavoro. Terminate le varie operazioni (preliminari, censimento, apprezzi) I deputati eletti delle due commissioni insieme agli amministratori universali il cui compito era quello dell'attestazione delle rendite del bestiame, iniziarono il 13 aprile a discutere con i dichiaranti delle rivele, la revisione in pubblico dei rilievi emersi. Si ascoltavano gli interessati per portare alla modifica degli elementi acquisiti. I rilievi emersi portarono all'integrazione di quanto omesso, soprattutto del ceto più elevato per non aver dichiarato i terreni presi in fitto e coltivati.

Il lavoro di censimento e valutazione delle dichiarazioni termina dopo 9 mesi, il 1 giugno 1742, con la stesura della "collettiva generale dell'once" (1) in base alla quale si ripartiscono le tasse da pagare tra le varie categorie di soggetti. Le cose sostanzialmente non cambiano rispetto al passato nonostante il riordino fiscale in atto, il maggior peso fiscale lo sopportano le categorie dei ceti popolari rispetto al feudatario e alla chiesa in quanto godono dei privilegi e delle esenzioni. I beni feudali sono esenti dall'imposizione fiscale, i beni ecclesiastici posseduti prima del concordato del 1741 sono tassati a metà, inoltre il "patrimonio sacro" dei sacerdoti è esente fiscalmente. (il catasto onciario presenta dei limiti di rappresentazione in quanto è descrittivo e non oggettivo ossia di natura geometrica).

IL CATASTO E LE TASSE

Il catasto onciario prevedeva vari tipi di Tasse: quella familiare o sui fuochi (Testatico), quella sui mestieri o industria e quella che gravava sui beni posseduti,

  1. Il testatico, era pagato solo dai capifamiglia con esclusione di quelli che vivevano nobilmente o di solo rendita, come anche i medici fisici, i dottori in legge, i notai ed i giudici. Il tributo a Melissa era fissato a 1,25 ducati ed era applicato solo a chi viveva con la fatica delle proprie braccia. Godevano dell'esenzione del testatico anche i sessagenari.

  2. La tassa per il mestiere, veniva pagata in base alla categoria di appartenenza I vari mestieri venivano raggruppati in tre categorie: per lo speziale di medicina ed il procuratore si pagavano 16 once. Per il sarto, calzolaio, massaro, ferraro, falegname, barbiere, bottegaro 14 once, per il fabbricatore, chianchiere, lavorante (Bracciali e foresi) 12 once. Ne erano esclusi "quelli che esercitano professioni nobili e non fanno mestiere alcuno manuale, ma vivono colle loro rendite". Esenti dai mestieri e dal testatico erano le vedove e le "vergini in capillis" pagavano solo se la rendita superava i sei carlini.

  3. La tassa sui beni, sul bestiame e sui capitali dati in prestito..

    La tassa sui beni posseduti si calcolava sulla rendita che gli stessi producevano al netto dei loro pesi (Riparazioni, manutenzioni ecc.) e capitalizzati al tasso del 5% per i terreni e il "denaro in negozio" e al 10% per gli animali; non dava un valore effettivo di mercato ma una rendita diretta che veniva tradotta in once.

1 oncia = 6 ducati;
1  ducato = 10 carlini = 100 grana;
Caso concreto: Giovanni (Sarto) possiede in località Ponta Sottana una tomolata di terra impiantata a vigna con rendita netta pari a 8 ducati. La rendita del terreno doveva essere capitalizzata secondo la normativa dettata per il catasto al 5% (5 : 100 = 8 : x );  X = 160 ducati,  tradotti in once = (160/6) = 26,6 once; quindi quel terreno aveva un valore  catastale di once 26,6. 

(Giovanni verrà tassato anche sulla sua attività di sarto pari a 14 once e pagherà il Testatico in qualità di capofamiglia pari generalmente a 3 once. Il reddito totale sarà di 43,6. once (26,6 + 14 + 3)  Supponiamo che l'università di Melissa possa per necessità di bilancio imporre una tassazione di 10 grana per once, il nostro Signor Giovanni abitante alla ruga dei Pizoli in assenza di altri redditi,  verrebbe a pagare 436 grana ovvero 4 ducati, 3 carlini e 6 grana.)

 LO SPOGLIO DELLE RIVELE

Dallo spoglio delle dichiarazioni (261) si evince che nel 1742 gli abitanti di Melissa sono 882 - 480 maschi e 402 femmine- la media familiare è di 4 componenti per un totale di 204 famiglie compresi 4 solitari; 188 vivono in casa propria 16 sono in fitto. In merito all'istruzione gli ecclesiastici sono la categoria culturalmente più elevata ma anche gli artigiani hanno una certo grado alfabetizzazione avendo firmato (7 su 13) le rivele. 23 risultano gli scolari figli soprattutto di artigiani e civili. (Nello "stato parrocchiale delle anime" i parroci Giacinto Ferro, Domenico Cristoforo (Arciprete) e Francesco Mazzei avevano dichiarato 988 abitanti - la differenza è di 106 abitanti - non sono stati dichiarati al catasto perché fiscalmente esenti ed in età infantile)

Le rendite provengono dai terreni e dal bestiame in misura minore da case , grotte, magazzini affittati, mulini, trappeti - interessi su prestiti.

Dalle rileve si apprende che le tomolate dichiarate sono 6.959,6 di questi i 2/3 appartengono al feudatario (59,4%) e forestieri; ed 1/3 appartiene ad enti ecclesiastici (28,,2%) ed a privati cittadini. Il 12,1% della popolazione è nullatenente, tutti i 204 capifamiglia possiedono solo il 6,9% dei terreni.

I seminativi ammontano a tomolate 5.000,9 su 6959,6 dichiarate. Viene praticata la rotazione ogni 2 anni di seminativo seguono 2 anni di pascolo. Il grano prodotto viene in maggior misura portato e venduto a Napoli. Il grano consumato in loco viene macinato nei mulini lontano dall'abitato nella zona in cui li torrente "Iurnitu" confluisce col "Lipuda". Sono stati censiti 4 mulini: 1) in località "Passeri" mulino feudale affittato per 56 tomoli di grano annui 2) in località "Noce" di Francesco Filante (calzolaio), anch'esso affittato per 70 tomoli di grano 3) In località Li "Celsi" (Sorvia) mulino feudale affittato. per 65 tomoli di grano annui 4) in Località "Cosco" di proprietà cappella SS. Sacramento (in rovina)

I vigneti dichiarati ammontano a 176,5 tomolate ed occupano il 2,5% della superficie dichiarata - impiantati alla Ponta 49 tomolate; alla Cerza - Vaccavarro (48); Mattulara (23,5); Umbri (16,7); Danile (15,2); S. Cendina (9); Varie (14,8) I proprietari appartengono a tutte le classi sociali e sorgono su apprezzamenti inferiori quasi tutti alla tomolata. il maggiore produttore è il feudatario con 12 tomolate con magazzino torre e stalla alla Ponta.

Il bosco copre il 22% della superficie dichiarata 1.598,0 tomolate, situato nella zona montuosa e formato da querceti da cui si ricavano ghiande per i suini, e legna per cucinare e riscaldarsi.

Gli uliveti sono coltivati ai piedi dell'abitato dalle Chiuse al Ru fino al Granatello per 136 tomolate pari al 1,9% del territorio. Oltre a ricavarne dell'olio le ulive si consumano a tavola per companatico. I trappeti situati ai piedi dell'abitato, risultano essere 4, di proprietà del parroco Giacinto Curto, del massaro Angelo Arcuri in località Tavolari e due trappeti feudali (uno vicino al convento Agostiniano e al magazzino feudale " l'altro in località "Li Venuti"). Gli uliveti appartengono soprattutto al feudatario, agli ecclesiastici ed a benefici. I poveri hanno su di essi il diritto di "sbarro" (uso civico), i cittadini possono raccogliere le ulive cadute per terra nella proprietà altrui prima della terza domenica di ottobre e dopo la festa di San Nicola.

In merito al bestiame la nostra comunità nel 1742 dalle rivele risulta che solo il feudatario aveva un discreto numero di suini, equini, e ovini (434) come anche la categoria dei massari disponeva di bovi, vacche, caprini, somari (506) in tutte le famiglie come mezzo di trasporto era diffuso l'asino.

Altre fonte di reddito in un'economia molto povera come la nostra - derivano dall' affitto di case, di grotte, magazzini, trappeti, mulini - solo il feudatario e gli enti ecclesiali potevano erogare dei prestiti in quanto disponevano di liquidità, - chiedevano generalmente il tasso dell'8%.


LE CLASSI SOCIALI

In una economia rurale come quella del 1742 tra la popolazione attiva i bracciali sono la categoria più numerosa (100 capifuoco) prestano la loro attività alle dipendenze altrui - di massari, ecclesiastici, del feudatario con salari poco remunerativi di 15 o 20 grana a giornata, in media posseggono 1,6 tomolate a testa gravate da censi enfiteutici dovuti al feudatario oppure ad un ente ecclesiastico, conducono una vita miserevole.

Altra categoria sono i Foresi cioè coloro che aiutano altri come guardiani di capre, pecore, suini, giumente, sono poco numerosi appena 18 capifuoco perché l'allevamento è poco diffuso.

I massari conducono un esistenza più comoda rispetto alle altre classi, sono 36 capifamiglia e complessivamente possiedono di proprietà 125,2 tomolate di terreni - svolgono attività di masseria, (servendosi di manodopera), sia armentizia capre, vacche, bovi, giumente che agricola. Prendono in fitto terreni (488 tomolate) per la coltivazione del grano e per il pascolo. Ricoprono cariche pubbliche (sindaco). Nella scala sociale sono più in alto dei foresi e dei bracciali.

Gli artigiani capifamiglia sono secondo le rileve 26 che svolgono attività di: calzolaio (8), sarto (9), mastri ferrari (5), fabricatore (2), vardaro (1), barbiere (1). Alcuni di loro impiegano i loro capitali in altre attività come il calzolaio Francesco Filante in località Noce possiede 18 tomolate di cui mezza è vitata, olive e un mulino d'acqua affittato. Da segnalare che Domenico Viola e il figlio Nicolò entrambi calzolai hanno preso in fitto il calcinaio del Vallone sotto il convento agostiniano per conciare le pelli.

I civili, sono sette capifamiglia, hanno complessivamente 65,5 tomolate di terreno di cui 5,5 a vigna, 10,5 a uliveto il resto a seminativo e bosco. in media 9,3 tomolate a testa, una media alta rispetto alle altre categorie. Hanno un titolo onorifico di "magnifici" e fanno parte del ceto medio e ricoprono spesso cariche pubbliche come ad esempio Nicolò Cristofero abitante nella parrocchia S. Giacomo già sindaco ed ora governatore .


Bibliografia: A. Cosentino - Melissa Medievale e Moderna

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