Racconti degli anni sessanta a Melissa
RICORDI DI UNO SCOLARO DI ALLORA

L'altra mattina mi incamminai per la Salita Matteotti, quella che dalla "forgia" di "mastro Peppe" mi porta verso il centro storico. Prima della curva della dritta via mi soffermai a guardare quel luogo desolato dove una volta la porta medievale segnava l'accesso all'università di Melissa. Sul finire degli anni cinquanta, del secolo scorso proprio li, alcuni amministratori locali decisero che quella testimonianza storica doveva liberare lo spazio alla modernità e fare posto " all'abbeveratoio " che per qualche decennio come altri distribuiti in paese furono provvidenziali per dissetare gli animali e le cavalcature affaticate dai lavori provenienti dalla campagna. Indisturbato e solitario da diversi decenni, ormai, resiste al presente senz'acqua e abbandonato anch'esso all'incuria del tempo. (Potrebbe essere vitale ed accogliente, una risorsa preziosa se opportunamente corretto e rigenerato il nostro biglietto da visita per l'accesso al centro storico).

La strada che devo percorrere mi porta dritto in Piazza nel cuore del paese - Da bimbo appena scolaro la percorrevo salterellando più volte al giorno, era frequentata da tutti e tutti la percorrevano, era l'unica che ci permetteva di attraversare l'abitato velocemente per arrivare giù a rione "Chiuse" e poi alla campagna.

Il Rione Chiusi prende vita dopo la distribuzione delle terre del (1951) avvenute a seguito della legge Sila. In quegli anni molte famiglie, lasciate le anguste dimore, alquanto modeste e prive dei servizi igienici pur di vivere lontano dal centro storico costruirono delle capanne e dei pagliai ai piedi i dell'abitato- ben presto prima della fine degli anni sessanta avevano lasciato il posto a delle nuove costruzioni disposte caoticamente senza alcun criterio e rispetto per il piano regolatore nell'indifferenza purtroppo delle amministrazioni che si sono avvicendate. Nel retaggio culturale di molti, ancora oggi, il rione "CHIUSI" viene identificato con l'appellativo di "Pagliarelle" in ricordo di quelle primitive forme di aggregazioni abitative …... )
A metà della salita, ancor prima dell'edicola della Madonna, alzando lo sguardo, si intravvede a destra in alto sul muretto, una croce in ferro ovvero la Santa Croce, (da cui quel luogo prende il nome). Quella croce in precedenza era posta su una base in pietra alta un paio di metri che la elevava verso il cielo (Calvario) a un passo dalla porta della falegnameria di mastro Attilio, di mastro Vincenzo Musacchio, ma anche di mastro Carmine Bossa e prima ancora del Dott. Albino Lonetti in tempi diversi. Per fare spazio all'entrata della falegnameria fu posta sul muretto accanto.

IL CINEMA DEL GAUDIO
Quel luogo era frequentatissimo, non solo dai giovani ma anche da persone anziane per la presenza del cinema Del Gaudio, che interrottamente per quasi trent'anni fino al 1980 ha portato in sala tantissime produzioni cinematografiche.

Veniva gestito generalmente da Domenico Del Gaudio (Mimì). Nel periodo della trebbiatura essendo impegnato con la sua trebbiatrice nelle diverse località del territorio, veniva aiutato nella conduzione dai suoi familiari o parenti. Il cinema era sorto nei primissimi anni 50 nell'ampio locale del mulino e non più utilizzato. Credo che in tanti ricorderanno le due macine o mole del mulino poste per terra, sovrapposte e vicini alla croce santa. Noi scolaretti della ruga spesso giocavamo a figurine Panini, oppure a tappi di birre o di altre bevande su quelle ruote di pietra, la sera invece i posti erano occupati dai tanti spettatori che il grande schermo richiamava.
Sovente in attesa dello spettacolo da lontano si poteva sentire una voce squillante che diceva di prestare attenzione "aru bannu" : era l'operatore ecologico posizionato vicino l'edicola che portava a conoscenza della popolazione le informazioni da divulgare e poi continuava a ripetere più in basso vicino all'altro abbeveratoio situato
ai piedi dell'abitazione dei Mauro. Il gestore era solito mettere delle locandine in piazza, (in una bacheca appesa al muro, alle spalle della scalinata), a rione chiusi (al Bar Lappanese) e al muro della sua abitazione a rione Piana degli Angeli, spesso richiamava l'attenzione dello spettatore scrivendo che il film era a colori ed in cinemascope.
Per il montaggio delle pellicole e la proiezione dei film si avvaleva del servigio di diversi giovani di allora che dovevano rimanere in cabina per mantenere l'immagine nitida regolando la lente ed altri dispositivi. La macchina produceva del rumore e l'operatore visionava l'immagine e l'ascolto delle voci da un finestrino vicino a quello della macchina nella cabina isolata dalla sala. La macchina da proiezione era sistemata in un primo periodo al piano elevato successivamente negli anni sessanta venne trasferita al piano terra alle spalle della platea. La piccola galleria derivata permetteva al gestore di differenziare i prezzi tra platea e galleria. Tra i primi operatori ricordiamo Pietro De Carlo e Giuseppe Lonetti (mastro Peppe).
Seguitissimi erano i film mitologici: che univano figure della mitologia a culturisti nel ruolo di eroi invincibili, anche i film western riempivano facilmente la sala. Tanti erano gli attori sulla bocca di tutti, accanto a quelli molto noti ve ne era qualcuno oggi meno ricordato come Anthony Steffen (Djanco). Molte erano le persone assidue (habitué), tra le persone anziane vorremmo ricordare piacevolmente Zu Donato Lonetti e Zu Guadagno Garrubba con la sua pipa intento a fumare durante la proiezione, seduto sempre sulla stessa poltrona laterale tra le due vie d'uscita e avvolto nel mantello a mezza luna nero.

Allora era possibile fumare nei luoghi pubblici e tanti fumavano durante la proiezione, il gestore molto spesso era costretto ad aprire la finestra in alto sul lato sinistro. In platea nella parte posteriore della sala sedevano generalmente le persone adulte mentre i giovanissimi sedevano entro le prime cinque o sei file. Delle volte il gestore stava appostato vicino la porta anteriore di uscita della sala la sua presenza incuteva timore ad alcuni giovanissimi dai bollenti.... spiriti!!……. Si pagava 50 lire ma si poteva ottenere una riduzione di prezzo quando il film era già iniziato. Nelle feste solenni venivano fatti più spettacoli con uscita spesso dalla porta posteriore data la calca alla porta di entrata.
Noi giovanissimi abitanti della ruga, a pochi passi dalla sala, sentivamo le voci, i rumori e la musica da casa, l'attrazione del cinema aveva contagiato tutti, soprattutto nei mesi più caldi, era bello stare insieme li vicino la porta. Il problema vero era il prezzo da pagare e non sempre potevamo chiedere i soldi ai nostri genitori. Vicino le macine giocavamo a "scatina" oppure a ru "Casciotteddru" fino a tardi. Stavamo ore fuori la porta del cinema con l'orecchio teso ad ascoltare nella speranza di poter entrare. Qualche volta qualcuno riusciva ad entrare di nascosto, ma penso che il titolare faceva finta di non vedere.
Ricordiamo che in questo luogo fuori le mura dell'università, (Portijusa) vi era il convento degli Eremiti Agostiniani vicino la chiesa Dell'Annunciata. Con la vendita degli Enti Ecclesiastici (1809) da parte del re di Napoli Gioacchino Murat cognato di Napoleone al fine di attingere risorse finanziarie, questi spazi sono stati ceduti e modificati. Possiamo solo fare delle ipotesi che i locali della falegnameria ed altri comunicanti facevano parte del convento, nell'intento siamo supportati dall'usanza che i lonetti proprietari di quei locali dal novecento (e prima i Calendini) dicevano sempre di recarsi al convento. Sempre alla Portaijusa nella stessa area più in basso già dal sedicesimo secolo vi era il magazzino feudale ed il "trappito di basso" del feudatario.
"I FABBRI""
Lasciata la dritta via in curva si mostra sulla mia sinistra una casa "palazziata" con ampio spazio panoramico al piano inferiore, quella di mastro Benito Bruni destinato alla "Forgia" molto attiva negli anni sessanta.
. Mi pare di sentire nel silenzio che mi circonda, ancora i tocchi di martello sull'incudine e di vedere le numerose cavalcature che avevano bisogno della sua ferratura. A Melissa allora oltre a mastro Benito e mastro Peppe Cardamone tutt'ora attivo alla Portijusa, vi erano quelle di mastro Feliciano Perri ma gestita dai figli Nicola e Giovanni per un certo periodo ed ubicata sotto le mura della Piazza e quella di mastro Nicola Macrì a San francesco sotto la sua abitazione. Numerose erano le cavalcature in paese ed il lavoro di certo non mancava. Essendo allora un'economia essenzialmente agricola i contadini spesso ricorrevano a loro per produrre arnesi da lavoro ed il loro mantenimento in efficienza, cosi pure chiedevano porte, ringhiere in ferro ecc.
Proseguendo il cammino, la strada quasi si inerpica a fianco della chiesa. Qui, fino ai primi anni Sessanta, sorgeva una fontanina, come testimonia la foto. Era una delle nove realizzate nel settembre del 1955, quando l'acqua del Sele arrivò in paese. Restringeva comunque la via, e così fu smantellata e ricostruita pochi metri più sotto, accanto all'abbeveratoio.
LA CHIESA DI SANTA MARIA DELL'ASSUNTA

Arrivato avanti la porta della chiesa di Santa Maria si apre alla vista un'area libera in salita, occupata fino agli anni ottanta da case in rovina. Era un'antica chiesa parrocchiale assunta poi a filiale della chiesa matrice. Risalente al periodo antico rinascimentale (come si legge sulla targa) sui documenti scritti troviamo traccia della chiesa dai primi anni del seicento.
Ha forma simmetrica con facciata a capanna e coronamento con timpano triangolare – con la muratura in pietra, malta di calce e laterizi. Sul lato sinistro, a pianta quadrata si trova il campanile con cella campanaria e cuspide piramidale.
Sul nucleo originario del XVI secolo sono stati fatti vari lavori di rifacimento come lo stesso Giacinto Ferro parroco della chiesa indica nel presentare la rivela al catasto Onciario del 1741, informa: che la chiesa era " diruta " al momento del suo insediamento (sette anni prima ) e di aver eseguito restauri per cento ducati personali nel periodo intercorso ed altri interventi erano necessari per il soffitto, sull'altare maggiore e sui muri esterni.

Tra le chiese parrocchiali era quella con meno entrate appena 37,80 ducati come risultava dalle "rivele" e provenienti in maggior parte dai fitti dei terreni, dalle decime parrocchiali e dai censi enfiteutici a cui bisognava togliere le spese per il mantenimento della chiesa e per la festa della Madonna dell'Assunta e della Candelora. Tra gli altri parroci della chiesa ricordiamo Antonio Calendino (1776) appartenente alla omonima famiglia di noti massari, sindaci, procuratori ecc. . Tra gli ultimi parroci che celebrarono messa a Santa Maria e resero servici ai fedeli della chiesa rammentiamo Don Peppino Vetta fino al 1937 con messa quotidiana, successivamente Don Fabiano e Don Giovanni Greco entrambi parroci della chiesa matrice e nativi di Castel Silano, avevano cura della chiesa e vi celebravano delle messe.
All'interno della chiesa era presente l'altare di San Giuseppe, le famiglie prima Calabrese e poi Bruni avevano la cura dell'altare, degli addobbi, dei candelabri e delle palmette. Inoltre come racconta Peppino Amoruso avevano anche il patronato sulla festa del santo. Il giorno di San Giuseppe c'era la distribuzione della cucina, venivano preparati i fagioli bianchi, i ceci, le lenticchie rosse, giunti a cottura venivano mescolati con vari tipi di pasta. A mezzo giorno c'era il pranzo dei santi con al centro San Giuseppe e la Madonna. Venivano scelti i parenti poveri o anche i poveri non parenti. Era un vero e proprio pranzo anche con altre pietanze e vino. La tradizione i Bruni la continuano ancora in forma ridotta con la cucina di devozione ed i "Paniceddri i San Giuseppe".
Richiamiamo alla memoria che la chiesa è stata chiusa al pubblico definitivamente e poi sconsacrata poco prima della metà degli anni sessanta del secolo scorso per il crollo di una parte del tetto. Non molto tempo prima del crollo alcuni lavori erano stati eseguiti senza risultati, evidentemente utili. Dopo il cedimento del tetto, fui spettatore inconsapevole nel vedere trasportare insieme a tante altre persone la statua di San Giuseppe nella vicina abitazione di Peppino Zito .
Nei primi anni settanta con una opportuna copertura la sala venne adibita ad attività parrocchiali e sociali per essere poi definitivamente abbandonata intorno al 2000.
I Cinefra
Arrivato al largo dei "Cinefra" - cosi veniva chiamata l'area attorno alla casa di questa famiglia. Una piazzetta piccola appena sopra la chiesa di Santa Maria ---------- CONTINUA
